MATTEO 13: 24-30; 36-43 – PARABOLA DEL GRANO E DELLA ZIZZANIA
Il termine zizzania ha origini greche (zizánion) e tardo latine (zizania) ed indica la pianta del loglio (lolium temulentum).
Questa Parabola, esclusiva del Vangelo di Matteo, per alcuni versi può assomigliare alla Parabola del seminatore. Da questi versetti possiamo dedurre subito due cose importanti:
A) L’instaurazione del Regno di Dio avviene attraverso la Sua Parola.
B) La crescita del seme può trovare sia aspetti favorevoli che contrari.
In questo brano troviamo la presenza di una pianta antagonista.
Cosa vuole comunicarci Gesù con le Sue parole a riguardo del piano di Dio sulla storia umana?
Che arriverà un giudizio finale è elemento già noto. La Parabola non ruota solamente attorno a questo elemento. La Parabola vuole far soffermare la nostra attenzione sull’atteggiamento dei servi che propongono di eliminare le piante dannose; ma il padrone ha un progetto differente.
Il padrone vuole attendere. L’attesa è sinonimo di misericordia, spazio di tempo dove i peccatori hanno modo di ravvedersi.
Bisogna lasciare a Dio il compito del giudizio, Lui è in grado di giudicare non gli altri (LUCA 6:37; I CORINZI 4:5).
E così ci viene detto che il Regno di Dio, nel corso della Sua fase terrena, non stravolge il corso della storia dell’umanità, ma convive col suo nemico.
L’attesa del Regno dei Cieli ha dato luogo sin dall’antichità alla smania di assistere a capovolgimenti miracolosi ma Dio non si abbassa a questa frenesia (LUCA 17:20-21).
Nell’epoca in cui viviamo questa attesa sta purtroppo scomparendo dal pensiero collettivo. Purtroppo troppi credenti non riescono a percepire quanto accade di buono attorno a loro e ciò spinge ad ignorare l’esistenza di un Regno dei Cieli.
ANALISI:
V.24. “Il Regno dei Cieli…”: Le Parabole non forniscono una definizione e non specificano in una frase in cosa consista questo Regno ma dicono che cosa accade all’interno. Cosa può significare Regno dei Cieli?
La parola regno ha origini politiche ma nella Bibbia non indica un sistema politico bensì una popolazione. L’espressione “dei cieli” non vuol dire che sia collocato in cielo ma è un modo per dire di Dio. Non volendo nominare il nome sacro di Dio, l’Evangelista Matteo utilizza il termine “dei cieli”.
Fin dall’inizio del Suo ministero terreno Gesù chiarì che il Suo programma si poteva riassumere nella fondazione del Regno dei Cieli, ossia un popolo che ha come legge il comandamento supremo della carità, come sovrano Dio stesso e come forza lo Spirito Santo. Questa informazione è contenuta anche al Capitolo 4, Versetto 17.
V.25. mentre tutti dormivano venne il suo nemico: il sonno è simbolo di disattenzione.
– il suo nemico: il Regno di Dio e le persone che ne fanno parte o che sono chiamate ad entrarvi sono sotto tiro di una potenza avversa.
– la zizzania: è una pianta infestante conosciuta col nome di loglio. Questa pianta assomiglia molto al grano e quindi nell’estirparlo ci si potrebbe confondere.
V.29. No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.: Il padrone invita i suoi servi ad attendere prima di estirpare la zizzania.
V.30. il grano invece riponetelo nel mio granaio: questo è l’annuncio della Parabola e non a caso viene utilizzato come chiusura.
VV.36-43. Come per la Parabola del seminatore anche qui segue una spiegazione, in stile allegorico, che serve a dare un significato specifico ad ogni elemento del racconto. La spiegazione si concentra sul giudizio finale dove possiamo notare un tono severo tipico della letteratura apocalittica.
V.37. il Figlio dell’uomo:
Si tratta di un titolo che Gesù applica a se stesso e viene riportato in tutti e quattro i Vangeli.
Questa espressione viene ripresa dal diacono Stefano prima del suo martirio (ATTI 7:56) e nel libro dell’Apocalisse (APOCALISSE 1:13; 14:14).
Questo termine possiamo trovarlo per la prima volta in assoluto nell’Antico Testamento (DANIELE 7:1-14).
Si tratta di un testo simbolico dove appaiono gli imperi dell’area mediorientale con i quali ha avuto a che fare il popolo di Israele. Essi salgono sulla scena storica uno dopo l’altro e vengono raffigurati come “bestie” per la loro violenza e voracità.
Fino a quando il popolo d’Israele verrà nominato da Dio quale sovrano delle nazioni e regnerà sulla terra con umanità: come “figlio dell’uomo” , cioè di natura umana non bestiale.
Nella profezia di Daniele il “figlio dell’uomo” possiede due caratteristiche:
A) Giunge nella fase escatologica (finale e definitiva) della storia del mondo.
B) È una entità collettiva (come lo sono gli imperi citati in precedenza) cioè il popolo di Israele.
Col passare del tempo però il titolo “figlio dell’uomo” andò ad assumere un valore individuale. Nelle parole di Gesù questo termine ha sia valore escatologico (MARCO 14:62) ma anche terreno (MATTEO 8:20).
Gesù usa questo termine anziché parlare in prima persona (LUCA 12:10; MATTEO 10:32).
Gesù provvede a correggere il significato di questo termine così come corregge il significato di “Re di Israele” o “Figlio di David”.
Al posto di un significato trionfale Egli annuncia che il Figlio dell’uomo “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (MARCO 10:45).
“E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (MARCO 8:31)
Più volte nel Vangelo di Marco troviamo dei richiami a quella che sarà la Passione di Gesù (MARCO 9:31; MARCO 10:33-34). Ogni volta il Maestro si riferisce a se stesso come “Figlio dell’uomo”.
Gesù scegliendo questo appellativo ben rende la Sua scelta di rappresentante degli uomini dei quali condivide la condizione terrena e le sofferenze (MATTEO 8:20).
V.38. Il campo è il mondo: il Regno dei Cieli non è rivolto esclusivamente ad una ristretta cerchia di devoti.
i figli del regno, … i figli del maligno: spesso la parola figlio viene utilizzata per indicare un legame, una appartenenza, una somiglianza. In questo caso potremmo tradurre: coloro che si sono resi degni di entrare nel Regno e coloro che si sono votati al maligno.
V.39. I mietitori sono gli angeli: gli angeli segnalano la presenza divina in un evento determinante (così come per l’annunciazione, le tentazioni, nell’orto degli ulivi e nella resurrezione).
V.41. raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali: gli scandali sono gli inciampi, i tranelli a cui i prepotenti hanno sottoposto i deboli o gli umili.
Gli operatori di iniquità sono coloro che snobbano la legge di Dio a danno dei poveri.
V.43. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro: non dobbiamo pensare che il giudizio sarà solamente un momento tremendo. Nell’Antico Testamento il giudizio viene interpretato anche come un momento liberatorio, quando il giudice libera gli oppressi dalle vessazioni a cui erano sottoposti.
In questo versetto possiamo percepire la gioia dei liberati che viene annunciata tramite una metafora (splenderanno come il sole) e con l’indicazione della sorgente di felicità che consiste nel dimorare per l’eternità in compagnia del Padre.
CONCLUSIONE:
– Dio ci ricorda che nel Suo progetto la nostra vicenda ha un allineamento rettilineo e corre verso una conclusione definitiva.
– L’attesa consiste anche nello spazio della nostra missione. In questo tempo possiamo salvare il nostro prossimo lasciandolo camminare vicino a noi.
– La zizzania non è qualcosa presente solo negli altri ma anche dentro di noi.
– I credenti non devono pretendere che Dio instauri immediatamente il Suo Regno. Dato che la nostra vita si svolge a stretto contatto col male dobbiamo sforzarci a separarci il più possibile da esso per evitare di venire risucchiati nella miscredenza generale.
– Il credente non deve mai essere di inciampo per i compagni di viaggio.