LA CONTROVERSIA ARIANA
1. LE POSIZIONI DI ARIO:
La controversia ariana è considerata ancora oggi una pietra miliare nello sviluppo della teologia classica. Alcuni aspetti dello svolgimento di questa controversia sono tutt’ora oscuri in quanto conosciamo le posizioni di Ario nella forma in cui ci sono state tramandate dai suoi oppositori.
Ario sottolineava l’autosussistenza di Dio. Il Padre è l’unica fonte di tutte le cose create; nulla esiste che non derivi in ultima analisi da Dio. Questa concezione di Dio si richiama più alla filosofia ellenistica che alla teologia cristiana e solleva chiaramente il rapporto tra Padre e Figlio.
Ario pose tutta la sua attenzione nel sottolineare che il Figlio non è come tutte le altre creature ed ebbe non poche problematiche nell’identificare la natura esatta di questa distinzione.
Secondo Ario, il Figlio è una creatura perfetta diversa da tutte le altre, un essere generato ma non come un essere generato fra gli altri. Ario affermava che il Figlio ha un rango superiore alle altre creature, pur condividendo la loro natura essenzialmente creata e generata.
Un aspetto fondamentale della distinzione tra Padre e Figlio riguarda la non conoscibilità di Dio, che non può essere conosciuto da nessun’altra creatura.
Il Figlio doveva essere considerato una creatura, per quanto elevata al di sopra di ogni creatura. Ario spinse la sua logica in fondo e concluse che il Figlio non poteva conoscere il Padre.
Il distacco posto tra i due è tale che il secondo non può conoscere il primo senza aiuti. In comune con altre creature, il Figlio è dipendente dalla Grazia di Dio per compiere qualsiasi funzione che sia stata ascritta.
Gli oppositori di Ario furono indotti a sostenere, per quanto riferito alla rivelazione ed alla salvezza, che il Figlio si trovasse esattamente nella stessa posizione delle altre creature.
Allo stesso tempo gli oppositori iniziarono ad usare una serie di testi biblici che dimostravano una fondamentale unità tra Padre e Figlio. Il Vangelo di Giovanni assunse una importanza strategica in questo dibattito, con citazioni frequentissime di GIOVANNI 3:35; 10:30; 12:27; 14:10; 17:3 e 17:11.
Ario rispose che il linguaggio della “figliolanza” ha un carattere molto vario ed è metaforico per natura. Parlare del Figlio è un modo di esprimersi onorifico, più che teologicamente preciso. Per quanto la Scrittura si riferisca a Gesù come al Figlio, questa forma metaforica di linguaggio è assoggettata al principio normativo di un Dio che è totalmente diverso nella sua essenza da tutti gli esseri creati, Figlio incluso.
Possiamo sintetizzare le posizioni di Ario in tre punti:
1) Il Figlio è una creatura che, come tutte le altre creature, deriva dalla volontà di Dio.
2) Il termine “Figlio” è dunque metaforico, onorifico e mirato a sottolineare il rango del Figlio tra le altre creature. Questo non implica che Padre e Figlio condividano lo stesso essere o lo stesso status.
3) Lo status del Figlio è esso stesso conseguenza non della natura del Figlio, ma della volontà del Padre.
2. LA RISPOSTA DI ATANASIO:
Per Atanasio l’affermazione della creaturalità del Figlio aveva due conseguenze decisive, ognuno delle quali con conseguenze parimenti negative per l’arianesimo.
Secondo Atanasio, soltanto Dio poteva salvare, spezzare le catene del peccato e donarci la vita eterna.
Un carattere proprio dell’essere creatura è che questa ha bisogno assoluto della redenzione. Nessuna creatura può salvarne un’altra: solamente il Creatore può redimere la creazione.
Atanasio giunse ad una conclusione logica dinanzi alla quale gli ariani si trovarono in netta difficoltà.
Gli scritti Neotestamentari e la tradizione liturgica cristiana considerano Gesù Cristo come Signore e Salvatore. L’unica soluzione possibile è di accettare Gesù Cristo come Dio incarnato.
La logica della argomentazione di Atanasio si mosse lungo tre linee di un sillogismo:
A) Nessuna creatura può redimere un’altra creatura.
B) Secondo Ario, Gesù Cristo è una creatura.
C) Secondo Ario, Gesù Cristo non avrebbe potuto redimere l’umanità.
Per Atanasio, la salvezza implica l’intervento divino e quindi il significato di GIOVANNI 1:14 viene evidenziato sostenendo che la “Parola si è fatta carne” ed in questo modo Dio è entrato nella nostra condizione umana con il fine di cambiarla.
Atanasio mette anche in evidenza il punto in cui i cristiani rendono il culto e pregano Gesù Cristo.
Egli sosteneva che, se Gesù fosse stato una creatura, i cristiani si sarebbero resi colpevoli del peccato di idolatria.
Ai credenti è assolutamente proibito rendere il culto a qualcuno o qualcosa anziché a Dio.
Ario dunque sembrava colpevole di rendere insensato il modo in cui i cristiani pregavano e rendevano il culto. Atanasio credeva che i cristiani fossero nel giusto quando rendevano il culto ed adoravano Cristo perché così facendo riconoscevano ciò che era veramente: Dio incarnato.
3. HOMOIOUSIOS O HOMOOUSIOS?:
La controversia ariana andava risolta in ogni modo per poter ristabilire la pace all’interno della Chiesa. Il dibattito si inasprì su due termini che indicavano il rapporto tra Padre e Figlio.
Il primo, Homoiousios, che significa “di essenza simile” o “di natura simile”, venne considerato da molti un possibile compromesso in modo da poter affermare la prossimità tra Padre e Figlio senza richiedere una precisa speculazione sulla natura precisa del loro rapporto.
L’espressione che gli venne contrapposta Homoousios, sta a significare “della stessa essenza” o “della stessa natura”, ed alla fine si andò ad affermare.
Questa espressione differiva soltanto di una lettera dell’alfabeto rispetto all’altra ma esprimeva tuttavia una comprensione ben diversa del rapporto tra Padre e Figlio.
Il Simbolo niceno-costantinopolitano del 381 dichiarava che Cristo è “della stessa essenza” del Padre. Questa affermazione, da quel momento in poi, divenne un caposaldo di tutta la cristianità.
4. RISULTATI E CONSEGUENZE DI NICEA:
Il Concilio di Nicea prese le sue decisioni quasi all’unanimità e le fece pervenire alle chiese interessate. Alle chiese di Alessandria e a tutti i fratelli in Libia ed Egitto fu inviata la condanna di Ario per le sue posizioni e comunicata la notizia che i vescovi Teone di Marmarica e Secondo di Tolemaide, erano stati giudicati colpevoli in quanto avevano rifiutato il Credo Niceno.
I Vescovi tornarono alle loro sedi dopo aver preso parte ad un banchetto con l’Imperatore Costantino che in quella occasione celebrò il suo ventennale alla guida del regno.
Alcuni dei Vescovi crearono commissioni di lavoro in continuità coi lavori conciliari o di carattere più locale. Ad essi fu assegnato il compito di rendere operativi i venti canoni.
Successivamente Costantino rimosse dal suo ufficio Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea.
Questi due eminenti Vescovi avevano evidentemente accordato comunione con gli ariani condannati dal Concilio. Costantino li accusò di tradimento politico e teologico.
Nonostante tutto, i sostenitori di Ario ad Alessandria inviarono all’Imperatore una dichiarazione di fede dove veniva confermato il loro credo e giuravano di credere secondo gli insegnamenti della intera Chiesa e della Scrittura.
Eusebio e Teognide vennero poi riabilitati in quanto sottoscrissero il Credo di Nicea.
Atanasio non accettò la riabilitazione di Ario come presbitero e ciò diede vita ad una lunghissima disputa che si rivelò quasi interminabile.
Ario pensava che l’unico modo per stabilire la divinità di Cristo era di porla ad un livello immediatamente sotto a quello del Padre, che resta al di là di ogni comprensione.
Ario venne spesso considerato un “monista” che considerava la realtà come un singolo “continuum” a gradi. La trascendenza veniva resa inammissibile in quanto l’intera realtà era costituita da un procedere graduale dalla creatura al Creatore.
Gli oppositori dell’arianesimo sottolinearono come scindere tra creatura e Creatore fosse in ultima analisi significativo e che Cristo è Creatore anziché semplice creatura.
Con lo svilupparsi del dibattito, i punti che inizialmente erano meno centrali, del tempo e dell’eternità, quali se il Figlio partecipasse o meno della “sostanza divina”, oppure se fosse stato “creato” dovevano profilarsi in lontananza e rendere la questione con maggiore evidenza.
Entrambe le parti ritenevano che il volto di Dio si fosse rivelato in modo benevolo in Gesù Cristo.
Alla fine Ario non si dimostrò un monista; egli non percepiva un passaggio senza difficoltà e quasi del tutto naturale dall’Uno trascende mediante il Figlio alla creazione.
In effetti si scoprì del tutto contrario a tale concezione, come dimostrano le sue critiche contro quelli che comprendono il Figlio quale estensione della sostanza del Padre e stabiliscono una differenza profonda tra il Figlio e gli esseri da lui generati.
Ario rimase ben saldo alla sola volontà del Padre, che per definizione è initellegibile e non-rappresentabile.
Per Alessandro ed Atanasio invece, un miracolo amorevole fece scendere la Grazia creatrice e la misericordia salvifica dall’estrema altezza della divinità, dove il Padre ed il Figlio dimorano in perfetta comunione.
5. CONCLUSIONE:
La controversia ariana servì a stimolare il progresso teologico dell’epoca. Senza la figura di Ario non ci sarebbe stato il Concilio di Nicea e quest’ultimo divenne il fondamento condiviso della teologia cristiana.
L’arianesimo influenzò la crescita teologica di Atanasio di Alessandria che lavorò con grande dedizione e sensibilità ai problemi sollevati da Ario.
Egli si attenne con forza alla verità che il Figlio non è meno divino di quanto lo sia il Padre, ma divenne anche il principale sostenitore della deità dello Spirito Santo, integrando anche quest’ultimo in una Trinità consustanziale.
BIBLIOGRAFIA:
Letteratura:
S.G.Hall, La chiesa dei primi secoli, Vol.I. Storia e sviluppo teologico. Ed.It, a cura di S.Ronchi, Claudiana, Torino 2007.
A.E.McGrath, Teologia cristiana, seconda edizione corretta ed aggiornata, Claudiana, Torino 2010.
Fonti in traduzione italiana:
S.G.Hall, La chiesa dei primi secoli, Vol.II. I Testi. Ed.It, a cura di S.Ronchi, Claudiana, Torino 2007.