La Cena del Signore
La Cena del Signore rappresenta l’azione simbolico-profetica che la comunità cristiana compie in piena obbedienza alle parole di Cristo: <<fate questo in memoria di me>> (I CORINZI 11:24).
La Scrittura ci offre diverse testimonianze di questa azione simbolica compiuta da Gesù insieme ai discepoli (MARCO 14:22-25; I CORINZI 11). Le prime comunità cristiane indicarono questo momento come “frazione del pane” (ATTI 2:42; 20:7), mentre l’Apostolo Paolo ci ricorda che a Corinto sorsero dei disordini nel corso di questi incontri che prevedevano un vero e proprio pasto comunitario (I CORINZI 11:17). I crescenti conflitti descritti nelle epistole paoline portarono nel corso del tempo ad un cambiamento, la celebrazione della Cena si separò dal momento liturgico che divenne autonomo e provocò una divaricazione tra liturgia e diaconia che non venne mai ricomposta.
La Cena del Signore ha subito nel corso dei secoli grandi cambiamenti.
In un primo periodo il ritmo della celebrazione fu settimanale e tutta la comunità partecipava. Si passò successivamente ad una celebrazione quotidiana riservata al clero mentre il popolo prendeva parte una sola volta all’anno o poche volte in tutta la vita.
Il IV Concilio Laterano del 1215 prescrisse la confessione in vista della comunione almeno una volta l’anno.
I Riformatori, eredi delle grandi riforme avvenute nel Medioevo, respinsero l’idea di una Cena del Signore che non prevedeva la partecipazione della comunità e di conseguenza ripristinarono la pratica della comunione sotto le due specie, in piena obbedienza alle parole di Cristo riportate in MATTEO 26:27.
Tutti i Riformatori confutarono il sacrificio della messa e restituirono alla Santa Cena il pieno significato evangelico nel senso di una stretta fedeltà alle tradizioni bibliche.
Lutero conservò l’uso del termine messa ma ne rivoluzionò il contenuto. Egli contestò l’idea che la messa fosse una “buona opera” compiuta dalla Chiesa.
Secondo Lutero la messa rappresentava un testamento ed un sacramento nel quale Dio si impegna con noi mediante una promessa donandoci Grazia e Misericordia. Dio non trae benefici da noi ma provvede a recarceli.
La Cena del Signore rappresenta un dono di Dio e dato che è Lui a donare non è la Chiesa ad offrire un sacrificio. Di conseguenza è Cristo che si sacrifica per noi e non il contrario.
Calvino riprese le tesi di Lutero e affermo che la Cena rappresenta un dono di Dio che deve essere preso e ricevuto mediante azioni di Grazia, in caso contrario si finge che il sacrificio della messa rappresenti un contributo offerto a Dio che lo riceve da noi come una soddisfazione. Tanto è diverso il prendere dal dare tanto è diverso il significato tra il sacramento della Cena ed un sacrificio.
Zwingli e Calvino proposero una celebrazione della Santa Cena a cadenza settimanale ma la loro proposta fu bocciata dal magistrato che temeva un ritorno alla prassi precedente.
Nel 1525 Zwingli scrisse una liturgia polifonica con cori di uomini e donne che si alternavano e fu proprio a causa della voce delle donne che venne censurata dal magistrato.
Calvino ribadì più volte l’importanza di celebrare spesso la Santa Cena e dopo il rifiuto da parte del magistrato lasciò in consegna alle generazioni future il compito di correggere la prassi imposta dalle autorità civili. Secondo Calvino il non partecipare spesso alla celebrazione della Santa Cena era segno di una chiesa in declino (dissipatur ecclesia).
Dalla Riforma in poi, nelle Chiese Protestanti la Santa Cena venne celebrata quattro volte all’anno fino alla metà del XX Secolo in cui venne imposto un ritmo mensile, mentre in alcune comunità la cadenza fissata è quella settimanale.
Per le Chiese Protestanti il sacramento della Cena del Signore è un elemento fondamentale per il culto ma non un elemento imprescindibile. Vi può essere il culto anche senza la celebrazione della Cena.
La preghiera eucaristica ha trovato un grande spazio nella tradizione cattolica ed ortodossa. Nelle Chiese della Riforma è stata riconsiderata nel corso degli anni. Questa preghiera non è mai mancata pur non avendo assunto quel valore proprio della tradizione liturgica cattolica ed ortodossa, in questi ultimi decenni è stata arricchita e rivista.
Nella tradizione protestante le parole di istituzione della Santa Cena mantengono un ruolo portante e non confluiscono in maniera indistinta nella preghiera di ringraziamento. La preghiera liturgica e quella della Cena rappresentano le preghiere per eccellenza della liturgia cristiana, un fiume nel quale confluiscono tutti i ruscelli di ogni nostra preghiera.
La preghiera eucaristica trova il suo fondamento in Gesù Cristo (I CORINZI 11:24; MARCO 14:23). Gesù pronunciò una preghiera di ringraziamento, rendere grazie, da cui “eucaristia” come “pars pro toto” della Cena del Signore, negli usi di cattolici ed ortodossi.
L’Apostolo Paolo e gli evangelisti utilizzano un verbo in particolare per indicare il lodare ed il benedire. Questo verbo è “eulogeo” (I CORINZI 10:16; MARCO 14:22) e rappresenta la traduzione greca del verbo ebraico/aramaico “barak”.
Durante il pasto Gesù pronunciò una “beraka”, una benedizione, come era solito fare sia nella sinagoga che nelle case. Nessuno mette in dubbio che si tratti della benedizione dei cibi e del ringraziamento al termine del pasto (“birkat amazon”). Da qui sorge la preghiera eucaristica della Chiesa cristiana.
La maggior parte delle Chiese protestanti iniziarono ad accogliere i bambini al tavolo della Santa Cena a partire dal XX Secolo. Per partecipare era necessario iniziare un percorso di catechesi e ciò servì a superare l’antica disciplina che li escludeva fino al momento della pubblica confessione di fede, prima o dopo la confermazione o nel momento del battesimo in acqua.
La Chiesa ha il compito di evitare che la liturgia della Santa Cena si presenti come un pezzo aggiuntivo o dare l’impressione che nel momento in cui inizia la liturgia eucaristica tutto diventi soggettivo o facoltativo.
Chi presiede deve dimostrare competenza per questa parte del culto che mette in movimento tutta la comunità. Non si può improvvisare dato che la Santa Cena unisce le chiese ecumeniche di tutti i tempi e luoghi e ciò non può rappresentare uno spazio di sperimentazione liturgica.
Dire competenza significa mettere in azione un saper fare e non solo un saper dire, in cui chi presiede deve orientare correttamente la comunità nell’azione eucaristica in cui gesti, simboli e parole assumono un importante valore in quanto iscritti in una cornice rituale.
Molte denominazioni Protestanti praticano l’ospitalità eucaristica ed intendono sottolineare che la Cena del Signore è aperta in quanto è proprio il Signore stesso a volerla così ed essa non è di proprietà di nessuna comunità in particolare.
L’eucaristia, nel suo significato etimologico di rendimento di grazie, attesta precisamente che è la Chiesa a fare memoria del fatto che è Cristo stesso a presiedere la mensa, nella forza dello Spirito Santo. Nell’orizzonte di questa promessa e di questa attesa, la chiesa fa esperienza delle riconciliazione con Dio che ha operato in Cristo e invoca il Signore perché ritorni a stabilire il Suo Regno.
Circa le modalità della partecipazione alla Cena, vi sono tradizioni ed abitudini diverse, che vengono anche determinate dall’architettura del luogo di culto. Dove è possibile viene formato un cerchio attorno al tavolo della Cena e chi presiede porta ad ognuno il pane ed il vino.
In alcune chiese è la comunità a rimanere seduta mentre i diaconi portano pane e vino ai presenti.
LE FONTI BIBLICHE SULLA CENA DEL SIGNORE
Le Sacre Scritture mettono a disposizione poche fonti sulla Santa Cena. Esse si riducono a due: Vangelo di Marco e I Corinzi.
I Vangeli di Matteo e Luca riprendono ciò che ha scritto Marco. Il Vangelo di Luca ha però due varianti: ci sono due calici anziché uno (LUCA 22:17) e riporta la formula: <<fate questo in memoria di me>> che non è ripresa da Marco e Matteo.
Nel Vangelo di Giovanni il racconto della Cena è sostituito da quello della lavanda dei piedi (GIOVANNI 13:1-17). Il racconto della lavanda dei piedi non è presente negli altri Vangeli.
Altri riferimenti più o meno espliciti sulla Santa Cena possiamo ritrovarli nel lungo discorso di Gesù Cristo come “pane della vita” (GIOVANNI 6:22-65). Non è sicuro che si tratti di una precisa allusione alla Cena. Quei versetti alludono soprattutto alla vita di Gesù (la carne) ed alla morte in croce (il sangue), per la vita del mondo.
Una seconda possibile allusione è rintracciabile in APOCALISSE 3:20 ma anche lì non è chiaro se la Cena abbia lo stesso significato di quella che si svolse ad Emmaus.
I testi biblici fondamentali sulla Santa Cena sono: MARCO 14:22-25; I CORINZI 11:23-26.
Questi due racconti hanno sia differenze che analogie su alcuni elementi presenti.
Troviamo ben sei elementi in comune: 1) La celebrazione della Cena avviene il giorno prima della crocifissione, nella sera del giovedì. In Marco troviamo scritto <<quando fu sera>>; in I Corinzi viene riportato <<nella notte in cui fu tradito>>.
2) La Cena viene celebrata nel contesto di un pasto più ampio: la liturgia della Pasqua Ebraica in Marco; un pasto non liturgico della comunità (detto agape) in I Corinzi.
3) La benedizione di Dio per il pane ed il vino da parte di Gesù: <<fatta la benedizione>> in Marco; <<dopo aver reso grazie>> in I Corinzi. Gli ebrei pronunciavano la seguente benedizione sul pane ed il vino:
Benedetto sei Tu, Signore Dio nostro, re del mondo,
che fai uscire il pane dalla terra.
Benedetto sei Tu, Signore Dio nostro, re del mondo,
che crei il frutto della vite.
La benedizione consiste in un ringraziamento. Non sono il pane ed il vino a venire benedetti ma Dio per il pane ed il vino.
4) Le parole con cui Gesù accompagna il dono del pane sono identiche in Marco ed in I Corinzi.
L’offerta del calice viene riportata in Marco come: <<Questo è il mio sangue, il sangue del patto sparso per molti>>; in I Corinzi troviamo la qualifica di “nuovo” riferito al patto, qui si tratta di dire apertamente ciò che è sottinteso nel Vangelo di Marco, e cioè che il patto nel sangue di Gesù è nuovo rispetto a quello che Dio stabilì nel Sinai con Mosè.
Le formule riportate in Marco e I Corinzi sono differenti ma sostanzialmente equivalenti dato che dicono la stessa cosa.
5) Il pane ed il vino offerti da Gesù ai discepoli vengono condivisi da tutti, Giuda compreso.
Marco riporta apertamente al versetto 23 <<tutti ne bevvero>>, ma la cosa è implicita in I Corinzi.
6) Nel Vangelo di Marco e nella I Epistola ai Corinzi la Cena non viene chiamata “sacramento” (termine che non troviamo nel Nuovo Testamento) o “segno”, “simbolo”, “ordinamento”.
I due racconti hanno in comune gli elementi costitutivi della Cena.
I due racconti presentano differenze su tre punti importanti: 1) In I Corinzi ricorre l’ordine: <<Fate questo…>> che in Marco non è presente. In I Corinzi non troviamo la parola con cui Gesù, nel Vangelo di Marco, conclude la celebrazione: <<non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel Regno di Dio>>.
L’ordine dato da Gesù rivela che la prima comunità cristiana intese la celebrazione della Cena come l’istituzione di un rito destinato a durare nel tempo, cioè ad accompagnare la storia delle comunità nel corso del tempo.
Dal Vangelo di Marco sembra piuttosto emergere la volontà di Gesù di voler riassumere tutta la sua opera terrena con quella celebrazione. Gesù dona se stesso senza pensare ad un futuro storico della comunità degli apostoli dato che il suo animo è rivolto alla manifestazione ritenuta imminente del Regno di Dio. Ciò ci spinge ad interrogarci su questo punto: Gesù ha celebrato la Cena per istituirla come rito permanente della Chiesa, oppure l’ha intesa come un evento unico che riassume la Sua opera e anticipa il banchetto del Regno?
2) In I Corinzi (come il LUCA 22:19) Gesù chiede che la Cena venga celebrata in Sua memoria. Questa richiesta è assente in Marco. Questo può essere un primo tentativo per rispondere alla domanda su cosa sia la Cena. Possiamo provare a dare subito una risposta.
La Cena rappresenta un memoriale proprio come lo è la Pasqua ebraica. Quest’ultima rappresenta il memoriale della liberazione del popolo di Israele dall’Egitto. La Cena è il memoriale del Golgota, memoria e annuncio della morte di Gesù. Cosa può significare memoria?
Non è un semplice atto mentale di ricordo ma un coinvolgimento esistenziale di ciò che si ricorda come risulta dalle due domande retoriche poste in I Corinzi 10:16.
Il calice della benedizione non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che viene frazionato non è forse la comunione con il corpo di Cristo?.
3) La terza differenza sta nelle parole finali: <<finché Egli venga>>.
In Marco, il futuro di Gesù è delineato dalla venuta del Regno, nel quale berrà il “vino nuovo” della festa in Dio.
In I Corinzi il futuro che la comunità vede di fronte a se è quello del ritorno del Signore.
Tra Gesù e la comunità c’è una differente coscienza del tempo (nella comunità la coscienza si è dilatata e la fine sembra meno imminente) e della speranza (nella comunità la venuta del Regno coincide con la seconda venuta di Gesù).
Dal confronto tra il Vangelo di Matteo e I Corinzi possiamo ricavare tre elementi importantissimi:
1) Gli elementi che costituiscono la Santa Cena sono: a) la preghiera di ringraziamento a Dio e di benedizione del Suo nome per il pane ed il vino; b) la condivisione di tutti i discepoli del pane e del vino offerti da Gesù. Dove sono presenti questi elementi c’è la Cena del Signore, se Egli è presente secondo la Sua promessa. c) La Cena è celebrata nel tempo tra prima e seconda venuta di Gesù, che è il tempo di Pentecoste, il tempo dello Spirito.
2) Nell’epistola ai Corinzi compare una prima interpretazione della Cena come memoriale della morte di Gesù. Questa è l’unica spiegazione che possiamo trovare nel Nuovo Testamento.
3) Le parole di Gesù sul pane ed il vino non sono spiegate né da Gesù stesso, né dall’Apostolo Paolo e né da altri appartenenti alla generazione apostolica.